martedì 8 maggio 2012

Verso una città antispecista – per una nuova etica urbana


In un recente libro di Stefano Boeri (Anticittà, Laterza 2011) alcune interessanti riflessioni circa i nuovi paradigmi che dovrebbero ispirare le trasformazioni urbane in Europa nel prossimo futuro.
Negli ultimi due capitoli in particolare vengono delineati i principi di un’etica urbana non antropocentrica (p. 108) come strumento per il governo della città e di contrasto alle tendenze dissipative, di omologazione e disintegrazione dello spazio-città (da cui l’Anticittà del titolo).
La riflessione parte dalla constatazione che le tre sfere di paesaggio (che si possono per sommi capi individuare con i termini città, campagna e natura) sono per larga parte reciprocamente compromesse ossia manca un confine netto che le separi e le definisca per contrapposizione. La sfera urbana è esplosa in mille frammenti inglobando parti di territorio coltivato e lacerti di spazi “naturali”. Il paesaggio della città contemporanea ha caratteri ibridi, bordi continuamente ripiegati su se stessi, territori “contaminati”: l’idea di recuperare l’unità perduta, la forma originaria è sia pateticamente nostalgica che irrealizzabile nella pratica.
A questo confuso amalgama di paesaggi indifferenti, sovrapposti e inglobati l’uno nell’altro si aggiunga l’incertezza del futuro legata alla crisi in atto (crisi del modello di sviluppo oltre che di ciclo economico), della mancanza di ambizioni progettuali di grande respiro, della mancanza di un coordinamento degli impulsi individualistici “dal basso”.
Insomma, la sorte dell’Europa nella geopolitica planetaria si gioca anche a livello del territorio, come sistema di città: gli spazi dotati di una condizione transitoria possono aiutare a introdurre varietà funzionale e biodiversità organica nella matrice storica dello spazio europeo (p. 107).
Ma per fare questo è necessario che considerazioni di ordine etico/filosofico entrino a fare parte del bagaglio di competenze di chi si occupa di progettare le trasformazioni del territorio abitato. Le emergenze ambientali, l’incremento demografico, l’urbanizzazione estensiva, la distruzione delle risorse naturali, i cambiamenti climatici etc… tutte questo ci impone di considerare un modello di pensiero che si occupi non solo delle esigenze della nostra specie ma piuttosto parta dalla considerazione delle esigenze di protezione e sviluppo delle altre specie animali e vegetali, in una visione più ampia del futuro del pianeta che abitiamo.
Un modello di pensiero non antropocentrico, ispirato forse ad un’etica tendenzialmente antispecista (anche se di antispecismo non si fa esplicito riferimento nel libro), che non abbandona l’uomo ma lo posiziona in un ordine in cui non è più al centro o sul piedistallo, pur essendo investito di maggiori responsabilità e doveri, in relazione alle conseguenze delle azioni di cui è capace, verso sé stesso e il pianeta.
Siamo tuttavia d’accordo con l’autore che la condizione umana è il vero (se non il primo)  banco di prova di questa nuova etica. La metropoli contemporanea è infatti il luogo della esacerbazione delle energie che spingono alla catastrofe ecologica e al suicidio di specie, il teatro degli squilibri e delle ingiustizie sociali che attraversano la popolazione umana (p. 109). Tuttavia riflettendo sulla convivenza e coabitazione nello stesso territorio di specie diverse, l’obiettivo ambizioso è quello di ridefinire e mutare i rapporti umani intraspecifici.
L’autore elenca anche tre possibili dispositivi attraverso i quali questa nuova etica potrebbe attivarsi. Li elenchiamo brevemente, rimandando alla lettura del testo: la rinaturalizzazione dei territori urbanizzati (demineralizzazione del costruito e creazione di surplus energetici attraverso le energie rinnovabili), l’incremento di biodiversità animale con la coabitazione di specie diverse, e una biopolitica urbana delle relazioni umane che superi le usurate antinomie (centro-periferia, pubblico-privato, etc…) per governare le popolazioni urbane in maniera evolutiva e non statica, per esempio considerando i fenomeni migratori come generatori di vincoli e opportunità  e non come fattori di rischio sociale.
L’emergenza ambientale è ormai cosi avanzata da non essere risolvibile solo tramite politiche centralizzate e settoriali: l’idea di costruire edifici “verdi” non è certo nuova, le possibilità tecniche sono ormai ampiamente consolidate; nuova è la responsabilità individuale di ripensare il rapporto tra città e natura, in cui la componente “sostenibile” (tecnologia o economica) diventi catalizzatore di nuova socialità, incontro e prossimità per i cittadini, per far nascere nuovi luoghi urbani condivisi.
L’alternativa alla città estensiva e frammentata che conosciamo è una città rigenerativa, una città che cresce su sé stessa, che opera per densificazione piuttosto che per estensione (p. 137), una modalità non nuova nella storia europea. In questo ritorno alla “tradizione” della città europea, anche l’agricoltura deve cambiare:  i terreni agricoli periurbani dovranno svolgere un ruolo cruciale per l’economia urbana, diventando spazi attivi e vivibili, in grado di produrre diverse coltivazioni di qualità e di ospitare la più ampia biodiversità (p.138).
In conclusione, riteniamo particolarmente interessanti le riflessioni di Boeri nel libro sopra citato (di cui consigliamo vivamente la lettura) in quanto gettano un ponte tra i discorsi sulla sostenibilità urbana e ambientale e le filosofie o movimenti di pensiero ambientalista più “avanzati” e “trasversali” quali quello antispecista, proponendo un vero e proprio mutamento di paradigma non solo delle discipline urbane ma della coscienza, della politica, dell’estetica, dell’azione pubblica e privata in Europa.


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mercoledì 25 aprile 2012

Riqualificazione energetica e mercato delle costruzioni


A febbraio 2012 la produzione nel settore delle costruzioni sono crollate del 20,3% rispetto allo stesso mese del 2011, fonti ISTAT, ma il crollo è del 23% se si considerano le correzioni del calendario.
Nella crisi profonda, la tendenza nell’edilizia italiana è però chiara: sempre meno costruzioni e sempre più ristrutturazioni, come evidenziato nel rapporto CRESME pubblicato lo scorso novembre “Il mercato delle costruzioni 2011-2015”: gli investimenti destinati alle nuove costruzioni sono circa la metà di quelli destinati a manutenzioni straordinario e ordinarie.
In percentuale, le nuove costruzioni, in termini di investimenti pesano circa il 37% del globale; tale quota depurata del peso degli interventi destinati alle energie rinnovabili e al fotovoltaico scende al 31%. Un andamento molto chiaro che testimonia che è già in atto un nuovo ciclo edilizio.
Le stime di Legambiente dicono che in Italia la cementificazione nell’ultimo quindicennio è avanzata al ritmo di 500 chilometri quadrati all’anno, portando a 2,35 milioni di ettari la superficie urbanizzata, pari al 7,6% del territorio nazionale (Puglia e Molise messi insieme). Difficile quindi pensare che si potesse andare avanti con questi ritmi, non solo in termini puramente quantitativi ma anche di salvaguardia del territorio e di vivibilità/fruibilità degli spazi costruiti.
Al contrario, gli spazi per il recupero e la riqualificazione sono enormi.
Il patrimonio edilizio italiano, secondo il censimento ISTAT del 2001, consiste in 12.8 milioni di edifici, di cui l’85,2% (10,9 milioni) utilizzato a scopi abitativi, con oltre 26.5 milioni di abitazioni. Di queste, più del 70% è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale, in particolare negli anni del boom economico. Il 40% circa del patrimonio edilizio esistente ha più di 50 anni e la necessità di conservarlo ha comportato una notevole crescita del mercato del recupero edilizio, sin dagli anni ottanta.
Si può ipotizzare che il settore del recupero continuerà a crescere nei prossimi anni, sino ad arrivare all’80% del mercato. Si avrà anche una trasformazione delle tipologie di interventi ed opere richieste, con una riduzione delle opere murarie tradizionali a vantaggio delle opere impiantistiche e dell’utilizzo di tecnologie leggere “a secco”.
Riqualificare un immobile oggi significa essenzialmente renderlo efficiente dal punto di vista dei consumi. Oggi, il 40% del totale di energia che utilizziamo è utilizzata per far funzionare gli edifici; di questa, il 68% serve per il riscaldamento, il 18% per gli usi elettrici, il 9% per l’ACS e il 5% per cucinare: si tratta di un enorme bacino di potenziali risparmi che sono al centro dei Piani energetici europeo e nazionale, i quali affidano agli interventi sugli edifici (interventi sul’involucro e sugli impianti di riscaldamento) il 50% dell’obiettivo al 2016 e al 2020.
Il comparto edile può tornare a crescere solo con la riqualificazione, le demolizione e ricostruzione  del patrimonio esistente, attraverso visioni strategiche di retrofit urbano improntate alla sostenibilità – ambientale, economica, sociale - e di medio-lungo termine, stimolando investimenti e innovazione, combinando le potenzialità offerte dalla ricerca e dall’uso di nuovi materiali e tecnologie con il principio della tutela del territorio e dell’ambiente.

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domenica 22 gennaio 2012

Il futuro delle città e le mappe digitali

Dal 2008 stiamo assistendo ad una novità nella gestione delle crisi internazionali. Il fenomeno del “crisis mapping”, ossia delle mappe digitali aperte e accessibili a tutti,  ha cambiato le modalità degli interventi umanitari. Con le informazioni raccolte attraverso social network, sms, satelliti vengono prodotte in tempo reale o quasi da network come Crisis Mappers le mappe delle zone colpite da disastri naturali, conflitti sociali o crisi umanitarie, che serviranno per portare i primi soccorsi e gestire l’emergenza.

Questi network sono composti da volontari (programmatori, geografi, esperti di sistemi GIS o di web, traduttori), i quali però devono poter contare sul lavoro di molte persone non esperte che forniscono le informazioni, anche semplici video e foto, che poi vengono localizzate su mappe sofisticate come quelle satellitari  o più semplici come quelle di Google o OpenStreetMap.
Queste metodologie sono state sperimentate per la prima volta in Kenya nel 2008 durante le elezioni per controllare le eventuali violenze ai seggi, poi ad Haiti dopo il terremoto del 2010, dove la mappa i Crisi Mappers divenne la fonte più utilizzata dalle organizzazione tradizionali del soccorso umanitario (Onu e Croce Rossa fra gli altri) durante il primo mese, fino alla Libia del 2011, quando l’Onu ha direttamente chiesto a CrisisMappers una mappa in tempo reale sulle condizioni dei civili.
Salta subito agli occhi che oltre all’impiego dei sistemi informatici georeferenziati, è indispensabile la funzione di micro-tasking del singolo, che sommata a grande scala permette acquisizione di una grande mole di informazioni altrimenti irrealizzabile in tempi brevi.

Se usciamo dal quadro dell’emergenza, e pensiamo alle nostre città e allo loro quotidiana gestione o funzionamento, risulta evidente l’importanza del fenomeno.
Se provassimo a considerare il cittadino come un sensore di informazioni che possono essere inviate in tempo reale ad un collettore pubblico, attraverso gli smartphone o semplici cellulari, potremmo costruire uno strumento di gestione della città: del traffico stradale, del trasporto collettivo, delle reti di servizi, delle aree di degrado. Non solo in caso di emergenza (una bufera di neve, una alluvione), ma nella pratica quotidiana le mappe dinamiche potranno servire ad una conoscenza partecipata del territorio.
Dopo la gestione quotidiana, crediamo possa venire il tempo della programmazione e della prefigurazione della città: gli strumenti informatici partecipativi saranno la base principale dei piani urbanistici del futuro.

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sabato 21 gennaio 2012

La frase del giorno

"Un pianeta con sette miliardi di individui è un disastro.
Un pianeta di sette miliardi di persone consapevoli delle proprie interconnessioni invece può andare."





Douglas Coupland, scrittore